Storia del movimento antimafia
Progetto realizzato da
Alessandra Zarcone
per il corso di Storia
corso di laurea in
Informatica Umanistica
Università degli Studi di Pisa

La grande depressione in Sicilia - F. Renda, I fasci siciliani. 1892-94, Einaudi, Torino 1977

Ma la recessione produttiva aveva, adesso, i caratteri propri, non della carestia di antica memoria, bensí della crisi capitalistica. Insieme al pane per mangiare, mancava il denaro per pagare le tasse, e non si sapeva come fare per soddisfare gli obblighi contratti coi diversi fornitori. La penuria, d'altra parte, non colpiva ugualmente tutti i ceti, ma solo o prevalentemente quelli popolari, che avevano poche risorse o che non ne avevano affatto. I contratti agrari erano organizzati in modo che gli effetti della recessione non fossero proporzionalmente distribuiti fra rendita, capitale e lavoro.

Esempi di regolamentazione interna ai Fasci - riportati da U. Santino, Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000

Art 4 dello statuto del Fascio di Catania, 1891
Vi possono far parte tutt'i lavoratori, cioè tutti coloro che lavorano col braccio o con la mente, per vivere.

Art 2 dello statuto del Fascio di Piana dei Greci, 1893
Il Fascio si compone di operai d'ogni arte e mestiere, di ambo i sessi e d'ogni età, purché provino di vivere col frutto del proprio lavoro e alla dipendenza dei padroni capitalisti, ecc.
Non è considerato operaio colui che ha sotto la sua dipendenza uno o più lavoratori.

Rivolta di donne a Milocca (CL) - riportato da N. Colajanni, Gli avvenimenti di Sicilia, Remo Sandron, Palermo 1896

Le donne di quell'ameno villagio, le quali non sono meno gagliarde degli uomini, indignate di quella che a loro sembrava infame prepotenza, insorgono in numero di 500, assaltano la caserma dei carabinieri, ne sfondano le porte e liberano i cinque arrestati della vigilia [n.d.r. erano stati arrestati i membri del consiglio direttivo del Fascio]. Non un solo uomo si unì alle donne; e di fronte a questo esercito infuriato, ma inerme, i carabinieri non ebbero cuore di far fuoco e perciò non si deplorarono morti o feriti.

Una contadina intervistata a Piana dei Greci nella sede del Fascio - A. Rossi, L'agitazione in Sicilia. Inchiesta sui Fasci dei Lavoratori, La Zisa, Palermo 1988

- E che cosa sperate dai Fasci?
Una contadina maritata (bella donna con denti candidissimi e grandi occhi pieni d'intelligenza): - Vogliamo che come lavoriamo noi, lavorino tutti. Che non vi siano più né ricchi nè poveri. Che tutti abbiano del pane per sé e per i figli. Dobbiamo essere eguali. Io ho cinque bambini e una sola cameretta, dove siamo costretti a mangiare, a dormire e a far tutto, mentre tanti signori hanno dieci o dodici camere, dei palazzi interi.
- E così vorreste dividere le terre e le case?
- No, basta mettere in comune e distribuire con giustizia quello che rendono.
- E non temete che, anche se si arrivasse a questo collettivismo, non venga fuori qualche imbroglione, qualche capo ingannatore?
- No, perché ci deve essere la fratellanza, e se qualcheduno mancasse ci sarebbe il castigo.
- In quali relazioni siete con i preti?
- Gesù era un vero socialista e voleva appunto quello che chiedono i Fasci, ma i preti non lo rappresentano bene, specialmente quando fanno gli usurai. Alla fondazione del Fascio i nostri preti erano contrari e al confessionale ci dicevano che i socialisti erano scomunicati. Ma noi abbiamo risposto che sbagliavano, e in giugno, per protestare contro la guerra ch'essi facevano al Fascio, nessuno di noi andò alla processione del Corpus Domini. Era la prima volta che avveniva un fatto simile.
Una zitella (alzandosi e venendo a parlare in mezzo al circolo perché la sentissi bene): - I signori prima non erano religiosi e ora che c'è il Fascio hanno fatto lega coi preti e insultano noi donne socialiste come se fossimo disonorate. Il meno che dicono è che siamo tutte le sgualdrine del presidente.

Appello del comitato centrale dei fasci (3 gennaio 1894) - riportato da S.F. Romano, Storia dei fasci siciliani, Laterza, Bari 1959

Lavoratori della Sicilia,

La nostra isola rosseggia del sangue dei compagni che, sfruttati, immiseriti, hanno manifestato il loro malcontento contro un sistema dal quale indarno avete sperato giustizia, benessere e libertà.
L'agitazione presente è il portato doloroso, necessario, di un ordine di cose inesorabilmente condannato e mette la borghesia nella necessità o di seguire le esigenze dei tempi o di abbandonarsi a repressioni brutali.
Inquesto momento solenne mettiamo alla prova le declamazioni umanitarie della borghesia e in nome Vostro chiediamo al governo:
I. Abolizione del dazio sulle farine;
II. Inchieste sulle pubbliche amministrazioni della Sicilia fatta con il concorso dei Fasci;
III. Sanzione legale dei patti colonici deliberati nel congresso socialista;
IV. Sanzione legale delle deliberazioni del congresso minerario di Grotte e costituzione di sindacati per la produzione dello zolfo;
V. Costituzione di collettività agricole e industriali, mediante i beni incolti dei privati e i beni comunali dello Stato e dell'asse ecclesiastico non ancora venduti, nonché espropriazioni forzate dei latifondi, accordando temporaneamente agli espropriati una rendita annua che non superi il 3% del valore dei terreni;
VI. Concessione di tutti i lavori delle pubbliche amministrazioni e di quelle dipendenti o sussidiate dallo Stato ai Fasci dei lavoratori senza obbligo di cauzione;
VII. Leggi sociali che basandosi su di un minimo di salario ed un massimo di ore di lavoro valgano a migliorare economicamente e moralmente le condizioni dei lavoratori;
VIII. Per provvedere alle spese necessarie per mettere in esecuzione i suddetti progetti, per acquistare strumenti da lavoro tanto per le collettività agricole quanto per quelle industriali, per anticipare alimenti ai soci e porre le collettività in grado di funzionare utilmente, stanziare sul bilancio dello Stato la somma di 20 milioni di lire.
Lavoratori!
Seguitate intanto ad organizzarvi, ma ritornate alla calma, perché coi moti isolati e convulsionari non si raggiungono benefizi duraturi.
Dalle decisioni del governo trarremo norma per la condotta che dovremo tenere.

Palermo, 3 gennaio 1894

da N. Colajanni, Nel regno della mafia. La Sicilia dai Borboni ai Sabaudi, Ila Palma, Palermo 1971 (prima edizione 1900)

Si può debellare la mafia con metodi mafiosi? Si può combatterla servendosi dei mafiosi nei momenti elettorali? Si può restituire nei cittadini colla iniquità sistematica, colla illegalità fatta regola, la fede nella giustizia e nella legge? No, mille volte no; perciò la mafia del governo ha rigenerato la mafia dei cittadini!
[...]
Per combattere e distruggere il regno della mafia è necessario, è indispensabile che il governo italiano cessi di essere il re della mafia! Ma esso ha preso troppo gusto ad esercitare quella sua disonesta e illecita potestà: è troppo esercitato ed indurito nel male.

Il Memorandum di Scotten - riportato da R. Mangiameli, Le allegorie del buon governo: sui rapporti tra mafia e americani in Sicilia nel 1943, Annali Università di Catania, Catania 1980

Così ci sono molti siciliani che fanno il seguente paragone tra Amg e fascismo: a) sotto il fascismo c'era il razionamento dei cibi e il mercato nero, ma il razionamento funzionava effettivamente e il mercato nero era parzialmente controllato, mentre oggi le razioni non si possono avere il più delle volte e il mercato nero degli alimenti è completamente fuori controllo; b) sotto il fascismo la mafia, se non interamente distrutta, era almeno in scacco, mentre ora è in crescita in modo allarmante e gode dei favori dell'Amg.
[...]
a) un'azione diretta, stringente e pronta per mettere la mafia sotto controllo;
b) una tregua negoziata con i capimafia;
c) l'abbandono di qualsiasi tentativo di controllare la mafia in tutta l'isola e il ritiro in piccole elclaves contenenti le aree con basi strategiche, attorno a cui erigere cordoni protettivi e dentro cui esercitare un governo militare assoluto.

da Giuliana Saladino, Terra di rapina, Sellerio, Palermo 2001 (prima edizione 1977)

Molti si perderanno per strada, molti daranno il meglio di sé, tutti comunque andranno a sbattere contro un muro, quando sarà finita questa festa che pare una guerra o questa guerra che pare una festa, che investe tutta la grande isola, che crea centinaia di campi di battaglia sulle dune d'argilla o sulle aie accecanti di sole e di grano, con un unico frontale scontro di classe frantumato in mille scontri, con i contadini a cavallo, con le donne, con le fanfare, con le bandiere rosse e le bandiere bianche, con gli aratri, con i braccianti a piedi, i carabinieri sui camion, la polizia sulle jeep e in testa c'erano i bambini

Palermo 59-63, da M. Pantaleone, Antimafia occasione mancata, Einaudi, Torino 1969

Nel quinquennio 1959-63 la città di Palermo cambia volto, costume, mentalità, classe dirigente. La vecchia classe dirigente, resa fiacca e vile dal fascismo, non seppe ergersi a guida e direzione della città, rinunziando, quando non fece parte del sistema, alla funzione esercitata da alcuni rappresentanti della nobiltà palermitana.
Da 350 mila abitanti Palermo passa in sette anni a 665 mila. Dalla campagna cala nelle città una massa appartenente a tutti i ceti, alla ricerca di una attività, una occupazione, un impiego. L'avanzata del cemento armato tonifica l'industria dell'edilizia, l'unica in grado di assicurare un salario, un utile, un facile arricchimento.

testi di "Onda pazza", trasmissione radiofonica di Peppino Impastato, dal sito del Centro Impastato (cfr. bibliografia)

Innanzitutto volevo precisare che il mio palazzo a 5 piani, (e di questo non se ne parli subito, ma dopo le elezioni, perché sa, gli amici impegnati in politica non hanno raccomandato altro, eh), sarà costruito in corso Luciano Liggio, in omaggio al nostro grandissimo dirigente, al nostro teorico ed ispiratore ideologico, il quale, venendo qui a Palermo per essere processato, purtroppo (un uomo come lui dovrebbe essere santificato) ha sentito l'esigenza di dire e dichiarare alla stampa che è venuto per salutare amici e parenti, e tra gli amici ci sono pure io e don Tano seduto, il grande capo. Il parto del progetto è stato faticoso, perché ci sono sempre gli intrusi, gli infami che non si fanno i cazzi propri e vanno a rompere le palle alla buona gente, la gente che lavora e vive dei suoi sacrifici.

da Daniela Musumeci ("Con la mafia convivano loro" - http://www.cobas-scuola.org/giornale/n11/11_16.html):

Dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio, una ventina di donne (ma all'inizio eravamo molte meno) decide uno sciopero della fame a staffetta e a tempo indeterminato per chiedere la rimozione dei responsabili dell'ordine pubblico e della giustizia, che reputano inetti se non addirittura collusi. Ci procuriamo una tenda (più tardi avremo una roulotte) e, abitate da un immenso dolore, abitiamo la piazza centrale della nostra città, per trasformare la sofferenza in gioia. Desideriamo compiere un gesto di protesta che ci coinvolga per intero e attraversi i nostri corpi, non solo le nostre menti e i cuori. Vengono a visitarci insperatamente giornalisti e turisti, persone semplici dei quartieri proletari e artisti. Continuiamo per tutta l'estate, incontrando moltissime scolaresche in gita che lasciano i foglietti in cui scrivono i loro pensieri legati ai ramoscelli di un improvvisato albero della libertà, futuro dono per il procuratore Caselli.