Storia del movimento antimafia
Progetto realizzato da
Alessandra Zarcone
per il corso di Storia
corso di laurea in
Informatica Umanistica
Università degli Studi di Pisa
Innanzitutto volevo precisare che il mio palazzo a 5 piani, (e di questo non se ne parli subito, ma dopo le elezioni, perché sa, gli amici impegnati in politica non hanno raccomandato altro, eh), sarà costruito in corso Luciano Liggio, in omaggio al nostro grandissimo dirigente, al nostro teorico ed ispiratore ideologico, il quale, venendo qui a Palermo per essere processato, purtroppo (un uomo come lui dovrebbe essere santificato) ha sentito l'esigenza di dire e dichiarare alla stampa che è venuto per salutare amici e parenti, e tra gli amici ci sono pure io e don Tano seduto, il grande capo. Il parto del progetto è stato faticoso, perché ci sono sempre gli intrusi, gli infami che non si fanno i cazzi propri e vanno a rompere le palle alla buona gente, la gente che lavora e vive dei suoi sacrifici.
Peppino Impastato, ai microfoni di Radio AUT
il sacco di Palermo

il contesto e la nuova mafia imprenditoriale

La mafia negli anni '60 segue le evoluzioni dell'economia isolana: da agricola diventa urbano imprenditoriale, fa suo il boom edilizio che stravolge i grandi capoluoghi isolani, pur senza abbandonare i suoi interessi in campo agrario, e allarga i suoi interessi a campi quali il contrabbando e il traffico di stupefacenti (ricordiamo che nell'ottobre del 1957 all'Hotel delle Palme di Palermo siera svolto un summit mafioso siculo-americano per la gestione del traffico di eroina). Palermo cambia letteralmente volto sotto le mani degli artefici del cosiddetto "sacco":
Da 350 mila abitanti Palermo passa in sette anni a 665 mila. Dalla campagna cala nelle città una massa appartenente a tutti i ceti, alla ricerca di una attività, una occupazione, un impiego. L'avanzata del cemento armato tonifica l'industria dell'edilizia, l'unica in grado di assicurare un salario, un utile, un facile arricchimento. (Pantaleone, 1969)
Il movimento di massa contadino è uscito sconfitto dalle lotte del secondo dopoguerra, l'antimafia diventa lotta di minoranze, di gruppi di sinistra che si riconoscono sempre meno nei partiti di opposizione. A questa lotta si affiancano le cosiddette "santabarbare inesplose": i primi processi e la formazione della Commissione parlamentare antimafia.

la Commissione parlamentare antimafia

Il 30 giugno 1963, alle ore 11.30, nel fondo Sirena di Ciaculli (al confine con Villabate) salta in aria una "Giulietta" imbottita di tritolo, uccidendo sette uomini dello Stato, tra carabinieri, poliziotti ed artificieri. Quella stessa mattina, all'alba, un'altra "Giulietta al tritolo" esplode a Villabate, dinanzi al garage di Giovanni Di Peri, uccidendo il guardiano ed un passante. Lo Stato reagisce convocando quella stessa Commissione parlamentare antimafia che veniva richiesta sin dal 1948 (richiesta del deputato Giuseppe Berti nel 1948, mozione dell'Assemblea regionale siciliana nel 1962).
Pantaleone parla di "santabarbare inesplose": il popolo italiano con ragione si attendeva risultati esplosivi: non è esploso neppure un "tric-trac", un petardo, un bengala. Nel 1968 infatti, alla fine della legislatura, il senatore democristiano Pafundi pubblica soltanto tre pagine di rapporto, contenenti il numero delle sedute, delle riunioni, dei viaggi in Sicilia, un mero "ragguaglio" dei metodi usati dalla Commissione. Sui risultati pervenuti cala il silenzio, un silenzio che non si sbaglierebbe a chiamare "omertà".
Alla fine dei lavori, nel 1973, vengono pubblicate tre relazioni. La relazione di maggioranza, firmata da Carraro, porta avanti importanti proposte quali una revisione delle misure di prevenzione giudiziarie e di quelle di carattere patrimoniale, ma viene accusata dalla relazione di minoranza del PCI, firmata da Pio La Torre e altri, di non essere soddisfacente, di sfuggire al nodo centrale del problema, ovvero la compenetrazione storica di poteri tra mafia e stato come convergenza voluta da entrambe le parti in causa. La relazione di minoranza del MSI, firmata Nicosia, Nicolai e Pisanò, analizza in parte i rapporti mafia-politica parlando del casi emblematici di Luciano Liggio e Salvo Lima.

l'impegno civile: Danilo Dolci e Peppino Impastato

Peppino Impastato con Danilo Dolci Danilo Dolci, triestino, negli anni '50 si trasferisce in Sicilia, dove inizia un'opera di antimafia civile e sociale, secondo le idee della nonviolenza gandhiana. Fa informazione e documentazione sulla questione siciliana, reinventa metodi tipici delle lotte contadine, come l'occupazione delle terre, affiancandole all'esperienza del digiuno, all'esercizio della maieutica, promuove la costruzione della diga sul fiume Jato, . A Partinico fonda il Centro per la piena occupazione (poi Centro studi e iniziative), all'inizio degli anni '70 crea il Centro educativo di Mirto.

L'esperienza di Giuseppe Impastato (detto Peppino) si caratterizza come una vera e propria lotta in famiglia. Il padre Luigi è grande amico del capomafia di Cinisi Gaetano Badalamenti, lo zio e altri parenti sono mafiosi, il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso nel 1963 da una "Giulietta al tritolo" nel 1963. La rottura con il padre avviene già nell'adolescenza: Peppino viene cacciato di casa, a 17 anni fonda il giornalino "L'Idea socialista", aderisce al PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), si avvicina ai gruppi di Nuova Sinistra.
Impastato coniuga rivendicazioni contadine e nuovi strumenti di comunicazione: organizza le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell'aeroporto di Palermo Punta Raisi, ma opera anche nel campo delle attività culturali con il gruppo "Musica e cultura" e la radio privata autofinanziata "Radio Aut". Dai microfoni della radio fa opera quotidiana di denuncia e di satira. La notte tra l'8 e il 9 maggio 1978, nel corso della campagna elettorale per le elezioni comunali (Impastato era candidato nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali) viene sequestrato, tramortito e assassinato con una carica di tritolo, il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Si parla di atto terroristico, di suicidio. Solo nel 2002, grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione di Palermo, verrà stabilita la verità e il processo sarà chiuso con la condanna dei mandanti Vito Palazzolo e Gaetano Badalamenti.

Nel 1977 nasce a Palermo il Centro siciliano di documentazione - promuove un convegno nazionale sulla strage di Portella. Il Centro si occupa di documentazione, di ricerca, ma lavora anche sul campo dell'antimafia sociale, lavorando nelle scuole, sul territorio. Alla morte di Impastato organizza la prima manifestazione nazionale contro la mafia (9 maggio 1979) e promuove la raccolta di materiali per dimostrare la matrice mafiosa del delitto. Nel 1980 il Centro viene dedicato a Peppino Impastato.